Muntari, il punto di non ritorno.

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Purtroppo non c’è più di che stupirsi, ma è proprio questo che mi spaventa. Non possiamo “abituarci” al razzismo e tutti – i media in primis le istituzioni calcistiche e sportive in generale – dovrebbero essere severi e netti su quello che è successo a Muntari.

Tutti dovrebbero fare meglio e di più la propria parte, società civile inclusa. Ma c’è sempre un limite che viene superato, a volte lentamente, a volte a scatti. Quello sul campo di calcio del Cagliari è uno di quegli scatti. Uno di quelli che dovrebbe provocare un altro scatto, quello dell’opinione pubblica a cominciare dagli amanti del calcio. L’asticella della tolleranza sale e prende il sopravvento l’abitudine verso cose che in tempi diversi avrebbero provocato un sussulto e come minimo portato a fare un sit-in di solidarietà nei confronti di Muntari. E invece siamo qui a commentare l’ennesimo episodio di razzismo e quel che è peggio la sua tolleranza e infine il colmo dei colmi: la punizione per chi non riesce più a sopportare in silenzio l’umiliazione costante e reiterata.

Muntari ha la colpa di essere una persona che pur abituata per il colore della sua pelle a soffrire del razzismo espresso più o meno in modo esplicito, semplicemente questa volta non ce l’ha fatta a ingoiare tutto e continuare a giocare. Ha la colpa di non avere trovato dentro di sé per l’ennesima volta la forza di fare finta di niente. Le sue parole dopo la partita ai microfoni di una TV, sono state un fendente per tutti noi. Ha parlato del bambino che aveva notato proprio in mezzo all’area da cui provenivano i cori razzisti. Ha raccontato di come gli sia venuto istintivo fare qualcosa che potesse essere utile, di esempio, per rompere il quadro di una “normalità” di quei cori regalando la sua maglia ai genitori.

Per questo suo comportamento la giustizia del calcio lo ha condannato. Inutile trovare spiegazioni “sportive” alla cosa. Questa decisione è stata presa anche dopo aver conosciuto tutte le caratteristiche dell’accaduto. Senza scusanti perciò per chi avrebbe potuto addurre di non aver potuto sapere come si fossero svolti realmente i fatti. Il timore che anche questa occasione venisse persa da parte del calcio italiano per imprimere una svolta limpida e chiara contro ogni forma di razzismo si è dimostrato giustificato e se possibile ancora più triste. Come è triste la realtà di questa Italia divisa come sempre tra cittadini solidali e responsabili che si fanno carico della cura di chi ha bisogno di aiuto e chi invece rappresenta la parte dell’egoismo e della cattiveria gratuita.

Perciò se Muntari è un esempio per l’alto Commissario Onu, qui il giudice sportivo lo espelle e gli viene comminato un turno di stop nel campionato. Un paradosso per eccellenza. Del resto è qualcosa in perfetta armonia con il clima di un paese che vede da un lato chi accusa ignobilmente le ONG di fare i soldi con i trafficanti e dall’altra chi opera ogni giorno per sopperire al senso di umanità che abbiamo perso. Sentinelle dell’umanità perduta verso le quali dovremmo dimostrare tutta la nostra gratitudine perché salvano vite umane, e pure la nostra faccia di fronte a chi oggi cerca disperato una salvezza.

Lidia Menapace donna partigiana ebbe a dire una volta che se aveva imparato qualcosa dall’esperienza della lotta con la resistenza al nazifascismo era che quando si assiste a un episodio che suscita la nostra indignazione, che troviamo civilmente intollerabile, bisogna reagire subito, non aspettare che scappi di mano e diventi irreversibile. Ecco, qual è quel punto, quell’episodio che segna il punto di non ritorno? Per me e tanti antirazzisti è già segnato da tempo ma ieri in campo e con la decisione della punizione per Muntari si è superato l’insuperabile. Dovrebbe discenderne una conseguente reazione all’altezza della situazione. Senza se e senza ma.

Adesso. L’Alto Commissario dell’ONU per i diritti umani ha detto che Muntari “è motivo di ispirazione per tutti noi che ci occupiamo di diritti umani e che il problema del razzismo richiede maggiore attenzione da parte della FIFA e infine che il razzismo e qualsiasi espressione di intolleranza non possono trovare spazio nei grandi eventi sportivi”.

Da parte mia mi permetto di aggiungere che questo fenomeno si esprime in modo diffuso a tutti i livelli e ne sanno qualcosa i giocatori della squadra di rifugiati e richiedenti asilo Liberi Nantes che nel loro campionato di Terza categoria e che abitualmente fanno i conti con manifestazioni di razzismo nei loro confronti fuori e dentro il campo di gioco. Perciò ci aspettiamo parole e provvedimenti chiari da parte di chi ha il potere di prendere decisioni a livello delle istituzioni calcistiche.

(Raffaella Chiodo Karpinksy, chairwoman rete FARE)