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Mondiali Antirazzisti 2016 - Antonio Marcello-3917

Ogni anno ci ritroviamo a giugno a chiudere gli ultimi preparativi per i Mondiali. Da una parte c’è l’adrenalina per l’inizio di una nuova edizione e la felicità di incontrare vecchi e nuovi amici. Dall’altra c’è la tensione di riuscire a preparare ogni cosa per accogliere al meglio tutti quanti. Organizzare un evento così non è facile e ogni anno trovare dei fondi che lo sostengano diventa sempre più difficile e spesso ci domandiamo se ce la faremo davvero a farli andare avanti. Ad esempio vi siete mai chiesti quanto costa installare i bagni e le docce e quando iniziano le prime riunioni di preparazione?

E così i mesi precedenti il luglio li passiamo tra un’altalena di sentimenti che ci fa andare a mille il cuore. Spesso ci siamo domandati in questi anni: che cosa ci fa andare avanti?

La prima risposta che ci diamo è facile: tutte le persone che ogni anno vengono, quelle che se non possono ci scrivono e ci seguono sui social, quelli che arrivano per la prima volta e prima di andare via ci dicono: arrivederci all’anno prossimo. Insomma, il grande e variegato popolo dei Mondiali.

La seconda risposta è che i Mondiali sono ancora terribilmente necessari. Vorremmo davvero un giorno poterli chiudere…

No, non vi spaventate! Vorremmo cambiargli nome, cambiargli pelle. Perché vorrebbe dire che avremmo vinto la battaglia contro le discriminazioni, contro l’esclusione sociale, contro ogni forma di razzismo.
E invece ogni giorno assistiamo a immagini terribili e la cosa che ci fa più male è il sentimento di rifiuto, di diniego che incontriamo sempre più spesso in società che si stanno chiudendo dentro muri alti fatti di paure e di odio. Muri impercettibili e latenti costruiti dentro l’anima delle persone e muri reali che qualcuno vuole continuare a erigere. E dietro questi muri si nasconde anche un altro preoccupante sentimento quello di chi non si indigna più, di chi si è quasi abituato.

Il rifiuto dell’accoglienza: sono troppi, non abbiamo spazio, non possiamo accogliere tutti.
E allora la gente continua a morire in quella che una volta era la via di comunicazione più importante fra i popoli ora è un mare che divide e che provoca morte. E l’ultimo sfregio di chi rifiuta è l’attacco a chi tenta di salvare vite umane, a chi quel mare lo percorre per offrire mani e braccia per tirarne su uno e un altro ancora. E si torna a mettere tutto nello stesso contenitore: non possiamo accogliere tutti e chi lo vuole fa lo fa per soldi, non c’è altra ragione.

Il rifiuto di accettare la diversità di orientamento sessuale o di identità di genere: è amorale, non è naturale, è contro ogni logica.
E allora la gente continua in alcuni paesi a nascondersi a non poter vivere la propria sessualità o la propria transizione con serenità, senza essere additati da qualcuno, senza essere considerati mostri. Il diritto di essere amati e di amare, di essere se stessi.

Il rifiuto delle pari opportunità: le donne non possono praticare proprio tutti gli sport, le donne non possono essere dirigenti hanno il ciclo, hanno i figli (o meglio devono farli), è già tanto che lo fanno lo sport.
E allora le donne devono continuare a combattere per aver riconosciuti i propri diritti, devono continuare a dimostrare quanti sono ancora gli stereotipi, che di fatto la pari opportunità non è stata raggiunta.

Noi allora vogliamo continuare a indignarci, a combattere, a non abbassare quel pugno alzato di Tommie Smith. Ma vogliamo farlo con lo spirito che ci contraddistingue fatto di sudore e risate, di musica e di conoscenza, di sport e di dibattiti, di amicizie fra squadre che nascono in campeggio, di canti intonati insieme.

Amici Bella Ciao, sempre con la voglia di gridare tutti insieme:

No Racism! No Fascism! Love Football!