Giocare a calcio con(tro) i migranti

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Un bell’articolo di Paolo Coce su Inchiesta. Paolo è uno dei più affezionati partecipanti ai Mondiali che con la Cooperativa Csapsa è presente fin dalle prime edizioni. 

“Noi titolari di paure superflue saremo sconfitti dai depositari delle paure reali. Nulla può fermare ragazzi che fuggono dalla miseria o dalla guerra, con la testa piena di sogni…” (Paolo Rumiz)

Chiunque oggi si trovi a lavorare con i giovani migranti che arrivano a migliaia dall’Africa subsahariana, piuttosto che intasarsi di corsi di formazione e convegni sul tema, dovrebbe piantarsi una tenda a Bosco Albergati e partecipare attivamente ai Mondiali Antirazzisti. E’ un evento che si ripete ormai da più di vent’anni ogni prima settimana di luglio e che, come ogni manifestazione dinamica, strettamente correlata ai mutamenti sociali in atto, ha visto di recente modificare parecchio la tipologia dei suoi partecipanti, soprattutto agli eventi sportivi che si tengono durante il giorno. Da qualche anno, al torneo di calcio le squadre di richiedenti asilo, molti dei quali appena arrivati nel nostro paese, sono tantissime e a testimonianza dello strapotere fisico e agonistico di questi giovani, la stragrande maggioranza di loro arriva alle finali. Anche in quest’edizione, nonostante le pressioni brutali e insensate sulle cooperative che gestiscono l’accoglienza da parte di alcuni prefetti ossequiosi al salvinismo imperante abbiano lasciato a casa parecchi di questi ragazzi, il loro impatto vitale e deciso ha qualificato il torneo.

“Corro come un nero per guadagnare come un bianco” disse una volta Samuel Eto’o. Giocarci contro è come sottoporsi a un corso accelerato di etnopsicologia. Prima del fischio d’inizio si avvicinano guardinghi, fanno fatica a darti la mano, stentano a credere che possa esistere qualcosa di amichevole, tanto meno una sfida. Hanno l’età dei nostri figli, quelli per cui ancora non riusciamo a prender sonno la sera se non rientrano a casa all’ora stabilita. E questi hanno già sfidato la morte mille volte, tra le dune del deserto e le onde del mediterraneo, sotto i colpi dei peggiori schiavisti e torturatori, hanno resistito a tutto pur di non venir meno al mandato famigliare: trovare un lavoro, fare dei soldi e spedirli laggiù, nel paese d’origine. Proprio come il deserto e il mare che hanno attraversato, non danno riferimenti, anche la loro vita ne pare priva e si aggrappa disperata a quell’unico obiettivo per cui son partiti: migliorare le condizioni della propria esistenza. E quello, per chi non ha mai conosciuto lo scambio, il dare avere che è insito in ogni relazione umana positiva, si può solo conquistare, a tutti i costi, anche con i denti. Proprio come si sono conquistati, alla fine del loro crudele viaggio, la sopravvivenza.

A partita in corso la loro fame di vittoria sale e diventa agonismo puro, il fair play è un lusso cui non possono conformarsi: la rabbia e il dolore che hanno dentro non glielo permettono. L’abbraccio finale con gli avversari è qualcosa che subiscono, qualcosa di cui non riconoscono appieno il senso, non sono abituati alla meccanica delle buone maniere. Durante le pause tra una partita e l’altra stanno tra di loro, isolati dal contesto e, nonostante gli sforzi dell’operatore che li accompagna, tendono a evitare gli altri partecipanti, schivano i bar e i luoghi di socializzazione. Guardano a quello che gli sta lì intorno con stupore quasi infantile: tutte queste ragazze bianche poco vestite che giocano anche loro, la possibilità della donna di essere altro dai ruoli (madre e moglie) che la tradizione le assegna storicamente, incontri sulla parità di genere, i diritti degli omosessuali, un dio che può anche non esistere e tutta questa gente che si beve fiumi di birra lanciando a squarciagola cori indecifrabili. Quello che a noi appare spazio di libertà irrinunciabile, per loro è ignoto che terrorizza.

D’altra parte anche la società più emancipata può essere espulsiva. Leggetevi il bellissimo romanzo dello scrittore iraniano emigrato in Olanda, Kader Abdolah, Il viaggio delle bottiglie vuote, tra l’altro scritto nella lingua del paese che l’ha adottato, il nederlandese: “Eravamo precipitati di colpo da una cultura in cui tutto succedeva dietro i veli e le tende a una società seminuda… da un paese in cui tutto era proibito a uno in cui tutto è permesso, dalla repressione alla totale libertà…” e quanto scompenso, quanta sofferenza, quanto isolamento ha comportato tutto questo.

Anche noi abbiamo paura di loro, per lo stesso motivo: perché non li conosciamo, perché sono il nuovo che avanza, che mette in dubbio le nostre consolidate certezze. Il sentimento che va per la maggiore nel paese ora è di avversione, di sbandierata ostilità. Opponiamo al fenomeno solo rabbia e inospitalità, quando va bene irritazione o indifferenza, spesso con il corredo, da Nord a Sud, di barricate e ronde per difenderci dall’invasione di qualche decina di poveracci appena sbarcati dal mare. No, non sarà facile stare insieme, non è imminente la nascita di una nuova anima mista europea.

Non sarà sufficiente la nostra dose quotidiana di buoni sentimenti: “L’integrazione non è un pranzo di gala”, verrebbe da dire parafrasando Mao Tse-tung. Quelli che non mancano di certo sono i predicatori d’odio. Lo sanno bene anche loro che non si può più tornare indietro e che le migrazioni cui stiamo assistendo, sono oggi il vero parametro con cui valutare la praticabilità di una riorganizzazione sociale in senso più egualitario, ma se ne fregano, non vogliono governare i processi, tantomeno cambiare le cose, cercano solo di intascare un facile consenso per la prossima tornata elettorale, strillando banalità razziste a destra e a manca. Al contrario, l’opportunità che ci offre questo fenomeno epocale, potrebbe essere sorprendente se solo sapessimo coglierla. La rabbia, il coraggio, la determinazione, la combattività di questi giovani ragazzi africani servirebbero a noi come il pane per ridisegnare il progetto delle nostre di esistenze, qui, in quest’Europa così moscia che stenta a ritrovarsi.

Sergio Bologna, qualche tempo fa, in una lucidissima analisi sui processi mentali che oramai fanno ingoiare qualsiasi sopruso ai nostri giovani, interrogandosi su quale sia lo spartiacque tra accettazione e ribellione alla condizione di sfruttato, ha scritto: “Io credo che anche nei bei ragionamenti e nelle approfondite analisi che si sono fatte finora sia avvertibile una certa carenza, quella di aver trascurato i percorsi di liberazione o, meglio, di non aver indagato la meccanica, le dinamiche per le quali dei soggetti già completamente conquistati dall’ideologia dell’autosfruttamento riescano ad uscirne, o almeno a dubitarne. Non si sono indagati quei momenti interiori nei quali scatta la scintilla del rifiuto o almeno della resistenza, del disgusto, del disagio, che poi maturano in atteggiamento di ribellione e magari in percorso di liberazione”.

Io questi momenti andrei a cercarli soprattutto nella spinta legittimamente rivendicativa che sta emergendo nelle tante battaglie sindacali, pensiamo ad esempio alla logistica, per il riconoscimento dei propri diritti e per sottrarsi a condizioni contrattuali indegne, battaglie che vedono i lavoratori immigrati in prima linea quasi ovunque. Quegli uomini, uomini come Sacko Soumaila, ci indicano il punto sotto il quale non si può scendere, sotto il quale c’è lo sfruttamento, la vergogna, la vita indegna, la nostra codardia nell’aver accettato come inevitabile la trasformazione del posto di lavoro da diritto irrinunciabile a mancia indecorosa elargita dalla clemenza del padrone. Ecco perché dobbiamo avvicinarci a queste persone che arrivano da lontano con l’approccio neutro di chi non giudica e solo così può creare le condizioni per lo scambio vitale da cui non possiamo più prescindere. Non esiste riconquista dei diritti sociali che non sia di tutti e per tutti. E fare questo senza arretrare di un millimetro sul terreno dei diritti civili, ponendo risolutamente fine alla pretestuosa propaganda della priorità degli uni sugli altri. E questo potrebbe essere proprio quello che noi, se solo ne fossimo pienamente consapevoli, potremmo offrir loro per pareggiare lo scambio.

Solo allora, finalmente, a partita finita, ci si potrà abbracciare tutti in mezzo al campo. Perché proprio come la vita, cito l’inarrivabile Johan Cruyff, “il calcio è semplice, ma giocare semplice è difficile”