Grazie Madiba

mandela

100 Anni dalla nascita di un uomo che ha combattuto contro l’Apartheid, contro ogni forma di esclusione, ma soprattutto ha combattuto per: per il diritto a essere se stesso, per le donne, per i neri, per una società inclusiva. Ha resistito quando in tanti non credevano in lui, quando è stato incarcerato e ha resistito anche dopo durante la sua presidenza. Non ha mai abbandonato il sorriso e il pugno chiuso.

La sua vita è entrata ormai nei libri di storia, per molti (soprattutto i più giovani) Mandela è solo un nome dei tanti, per alcuni è uno nome sconosciuto. Sarebbe bello se avesse sconfitto davvero l’apartheid  e l’esclusione sociale, un ricordo lontano di un tempo che fu.

Ma oggi assistiamo ad un ritorno terribile e profondo di odio razziale, il colore della pelle torna ad essere una discriminante profonda. L’umanità che gli occhi di Madiba esprimevano si sono persi nella disumanità di chi continua a chiudere i porti e frontiere.

I Mondiali Antirazzisti hanno partecipato ai festeggiamenti del centenario invitando l’ambasciatore del Sudafrica in Italia S.E. Shirish M. Soni a parlarci di Mandela e oggi pubblichiamo un ricordo di chi ha condiviso la sua battaglia dall’Italia: Raffaella Chiodo Karpinsky ha organizzato e coordinato molte delle attività di supporto all’African National Congress e per la liberazione di Mandela.

“La voce di Mandela nel suo saluto al Consiglio Comunale di Roma il 15 giugno 1990, durante la sua prima visita in Italia dopo la sua liberazione. La registrazione vocale di RadioRadicale venne realizzata nell’occasione in cui avvenne la consegna della cittadinanza onoraria a lui assegnata dalla Città di Roma nel 1983 quando era sindaco Ugo Vetere. Sette anni dopo, ebbe l’onore e la  gioia di partecipare alla cerimonia nell’Aula Giulio Cesare.

Nella registrazione del 15 giugno 1990 si possono ascoltare l’intervento del Sindaco Franco Carraro e dello stesso Nelson Mandela. Sono parole di un altro tempo, che a sentirle oggi fanno male. Stridono infatti, con la realtà amara che stiamo vivendo in questi giorni, che purtroppo è tutto meno che evoluta per ciò che riguarda la diffusione del razzismo. In Italia, nel mondo.

L’euforia, l”immensa gioia, di quei giorni per una vittoria così grande e a suo modo sconvolgente, travolse tutti noi che ci eravamo battuti per la sua liberazione. Eravamo quasi increduli, storditi, per un’utopia che diventava realtà, che ci faceva respirare e toccare con mano una felicità che ci si presentava in carne e ossa. Lì, con noi, e per una volta e finalmente totale e splendida, senza mezze misure.

Madiba era li, a Roma, da uomo libero e carico di speranza per il futuro, per il Sudafrica e per il mondo intero.  Lui, che pur provato dai tanti anni di prigionia, era sorridente e non esprimeva alcun sentimento di rivalsa o vendetta. Al contrario, in ogni sua parola faceva percepire come dalla violenza e brutalità si può e si deve uscire solo grazie a un approccio costruttivo, di riconciliazione, non insincera, bensì attraverso la cruna della verità. Verità e riconciliazione fu in seguito esattamente il binomio attraverso cui un paese così provato dalla brutalità dell’apartheid fu in grado di trovare una strada nuova, difficile, anzi difficilissima, ma inedita e coraggiosa, per ricostruire una nazione su nuove basi, non razzista e non sessista.

Fanno riflettere quelle parole e quei principi e valori di riferimento, che oggi paiono perduti, qui da noi, in Italia, in tanta, troppa Europa. Sono concetti che stridono con il dibattito crudele tra “naufragio” e “mancato soccorso” di queste ore. Non c’è traccia di umanità in questa surreale diatriba giocata sulla pelle di persone vere, non fake news. C’è solo chiusura, miopia, e al fondo tanta, profonda cattiveria. Qualcosa che ricorda pericolosamente il genere d’indifferenza,  presto diventato odio. Quell’aria acre che prese piede in Germania, in Italia.. nell’Europa e che sprofondò nella guerra e portò ai campi di sterminio. Il negazionismo non è mai tramontato e oggi via web è come in moto perpetuo. 

Oggi, anche solo trovarsi a discutere, a dover argomentare la necessità di soccorrere delle persone in mare o addirittura se dargli accoglienza, è già per me una condizione di profonda sconfitta. È sconfitto il nostro senso di umanità e dover spiegare perché se c”è una donna o un bambino che stanno annegando è giusto salvarli è per me un atroce dolore che non riesco a reggere, placare. Ma è oltre che un dolore umano. È profondamente politico. Questo è il problema. Per troppo tempo si è sottovalutato il seme del razzismo e dell’intolleranza verso i migranti. E ancora peggio, dalla sottovalutazione si è passati con disinvoltura alla inadeguatezza politica della gestione di un processo che avrebbe richiesto qualità e credibilità di proposte che poggiassero sulla autorevolezza di leader all’altezza del periodo storico.

Purtroppo qualcosa di non pervenuto in Italia come in Europa. Tutto questo mi riporta a Mandela e alla sua pazienza e al suo coraggio, mi fa dire che anche quando tutto pare irrimediabilmente perso, anche quando il senso di umanità pare perduto per sempre, è proprio allora che dobbiamo credere con più convinzione, batterci con più determinazione, esprimere a voce alta, anzi altissima, che tutto questo orrore non può e non deve essere accettato e a partire da me non può essere fatto. Non in mio nome. A cominciare da me e poi tutti insieme. Uno alla volta, riporteremo le persone a riconquistare per gli altri -profughi, richiedenti asilo e semplicemente persone migranti con il loro nudo diritto di cercare una vita migliore- e per se stessi. Si, perché, tornare a essere umani, farà stare meglio anche coloro che oggi giustificano le scelta di campo brutale, dalla parte dei muri e dei respingimenti in mare, del governo italiano di oggi, o di politiche sbagliate dei governi che l’hanno preceduto.

Oggi celebrare Mandela per me vuol dire ricordare che 29 anni fa veniva ucciso a Villa Literno un rifugiato sudafricano. Si chiamava Jerry Masslo ed era fuggito dal Sudafrica dell’apartheid. Lavorava fa cogliendo i pomodori come molti dei migranti di oggi. Poco tempo prima, il giornalista Massimo Ghirelli a cui dobbiamo molto per il lavoro straordinario che ha fatto in Rai con i servizi e documentari su Mandela e il temi delle migrazioni e  del razzismo, raccolse una testimonianza proprio di Jerry Masslo. Quell’intervista suona come un monito, un lungimirante e triste presagio. Invitava, Masslo, a stare attenti, perché il segnali di razzismo in Italia c’erano e invitava a non sottovalutarli, pena il rischio di fare la fine del Sudafrica dell’apartheid.

Tre decenni dopo, siamo qui con quei segnali-allora perlomeno condannati da tutto l’arco costituzionale, dalla società civile e dall’opinione pubblica – siamo qui a fare i conti con il risultato di  un  progressivo sdoganamento degli istinti più bassi. Evidentemente nella società italiana non erano spariti, superati. Hanno vissuto solo la condizione di impresentabilità e perciò rimasto sottotraccia, inespressa pubblicamente. Oggi siamo alla sfacciata esibizione del proprio “antibuonismo” contrapposto all’antirazzismo. L’attacco alle ONG a chi lavora con i migranti, nel mondo dell’accoglienza, dell’inclusione, del multiculturalismo viene da lontano e non trova più argini. Sono corpi intermedi che danno tremendamente fastidio. Dal dibattito sulla nazionale di calcio campione del mondo rea di essere la fotografia della semplice realtà della Francia del 2018, alle proteste delle tifoserie russe della squadra Torpedo per avere imbarcato un giocatore – russo a tutti gli effetti-ma Reo di essere di pelle troppo scura, al “prima gli italiani” negli asili nido, il passo è breve.

Perciò oggi il modo migliore, anzi necessario per me per ricordare Mandela non è più un invito a riflettere, a capire, rivolto alle leadership che hanno dimostrato tutta l’inadeguatezza possibile. Altro che Olof Palme, Willie Brandt e Enrico Berlinguer personalità che seppero esprimere politiche  caparbiamente e senza il timore dell’impopolarità, saldamente ancorate a principi che non mettessero a repentaglio democrazia, libertà e che avevano al centro i diritti civili, diritti umani. Manca all’appello un gruppo dirigente coraggioso e all’altezza di un nuovo moto di giustizia e di solidarietà internazionale. Un gruppo di persone che sappiano fare i conti con la storia del progresso civile e perfino antropologico (perché l’umanità si è sempre mossa in un moto migratorio permanente e così sarà in eterno!!) senza negoziare mai al ribasso un solo diritto umano. Perciò devo rivolgermi direttamente a chi è stato negli anni compagno di strada nelle lotte per i diritti umani e che oggi trovo dall’altra parte della barricata.

Rialzate la testa e risvegliate le vostre coscienze, non abbandonatevi all’ebrezza infernale dello scaricare l’odio sul nemico di turno perché l’indifferenza torna al mittente e senza scampo.”

http://www.radioradicale.it/scheda/36190/36224-consiglio-comunale-roma-cittadinanza-onoraria-a-nelson-mandela